Un caffè con Tommaso Caronna tutto sulla sua vita e su Credere al bene

Un caffè con Tommaso Caronna tutto sulla sua vita e su Credere al bene

Straordinaria e interessante intervista oggi a Tommaso Caronna, artista poliedrico che sta raccogliendo consensi crescenti nel pubblico italiano. Recentemente impegnato nella promozione del lavoro Credere al bene, leggiamo con senso di empatia l’intervista a Tommaso Caronna, grati e onorati per il suo tempo e la cortesia riservataci! Leggeremo di più sulla vita musicale e artistica, Tommaso Caronna si confiderà con noi con quelle che sono le collaborazioni, fra le tante, quelle con Fenice Produzioni, Fenice/Ingrooves (UMG),SHVETS PRODUCTION, le esperienze, e i progetti futuri. Entriamo nel vivo dell’intervista e diamo un caloroso benvenuto a Tommaso Caronna!

Com’è nata tua la passione per la musica?

Ho iniziato nei primi anni 2000, da autodidatta. Avevo un computer e una DAW, non avevo nient’altro. Già dal 2008 lavoravo in studio, post e live come tecnico del suono, poi nel corso degli anni mi sono spostato verso la composizione. È stato un passaggio necessario, perchè fare il fonico e produrre non mi bastava più.

Com’è nato “Tommaso Caronna” e il suo personaggio, il suo sound?

Tommaso Caronna c’è sempre stato, non ha mai avuto sovrastrutture, non c’è mai stato nessuno che mi ha detto fai così, non ho mai avuto un producer che mi seguisse o un autore a cui affidarmi. Ho sempre lavorato da solo, dalla scrittura, all’arrangiamento, fino alla produzione. Negli ultimi anni ho imparato l’importanza del lavoro in team, ho degli ex colleghi e amici che mi aiutano, mi fanno da ufficio stampa o mi mandano demo che io poi rielaboro, ma l’impronta del mio fare musica rimane solitaria.

Come descriveresti la nascita di Credere al bene?

Lo definirei uno di quei brani che nascono in cinque minuti e ti sembrano ok così come sono. Io volevo quel suono lì e ho creato quel suono lì senza stare troppo a cesellare per raggiungere un particolare timbro. Di solito quando lavoro così lavoro meglio, perchè mi riporta all’estemporaneità dei primi dischi, di quando non avevi quell’ascolto critico che ti fa fare cose come 10 mix di una canzone, come mi capita a volte fare. Tanto lo so che poi scelgo sempre il primo.

Il lavoro è accompagnato da un video?

C’è un piccolo video, di SHVETS, è il primo videoclip che faccio, non perchè non sia affascinato dal medium visivo ma perchè spesso un video sovrasta il lavoro musicale anzichè accompagnarlo, diventa qualcosa da fare a tutti i costi, allora è meglio non farlo. Volevo un video che interpretasse la canzone, non qualcosa di completamente slegato dal contesto del brano. Volevo anche apparire nel video, ma non essere una figura prominente. Per questo ho scelto di dare più spazio alla modella e ritagliarmi un ruolo di presenza distante, quasi estranea, un miraggio sfocato sullo sfondo.

Il lavoro fa parte di una serie di uscite che culminerà in un disco?

No, per il momento no. Non voglio lasciarmi influenzare dalla dinamica commerciale singolo + album. Faccio quello che mi sento di fare. Nell’ultimo anno in realtà ho lavorato a più album strumentali tutti insieme: “A Place to Call Home” (un album nu jazz), “See You at the Usual Place” (un disco ambient) e a settembre esco con “Lovebook”, un album di musica orchestrale.

Ci saranno però altre canzoni, altri singoli, e magari un altro album di canzoni, prima o poi.

In salita o in discesa. I percorsi artistici si sviluppano sempre tra mille peripezie, vuoi raccontarcele?

Non saprei neanche raccontare come ho iniziato e come ho proseguito. Mi ci son buttato dentro con l’irruenza dei 20 anni, l’ho fatto in modo naturale, prendendomi i miei tempi. Ricordo certe scelte prese di istinto, che oggi non rifarei, ma mi sono servite a capire quello che volevo fare veramente. Spesso ti senti smarrito, senza capire bene come fare qualcosa, perchè nessuno ti prepara a com’è lì fuori, anche se puoi fare un corso, il conservatorio, una scuola, toccarlo con mano, lavorare quotidianamente, è un’altra cosa.

Quali sono le tue influenze artistiche?

Ho sempre ascoltato i cantautori, in particolare De Gregori e Battiato. Ho sviluppato un amore per le colonne sonore vintage molto presto, al momento non so perchè mi viene in mente il motivo de “Il Dio Serpente” tanto per citarne uno molto evocativo e moderno. Ricordo un recensore che ha accostato un mio lavoro a Dente e a Vasco Brondi, anche se io non citerei sicuramente Dente e Vasco Brondi tra le mie influenze perchè non ho mai comprato un loro disco.

Quali sono le tue collaborazioni musicali?

Quelle che ci sono restano dietro le quinte, ho parlato prima della mia famiglia artistica che mi aiuta e mi segue, soprattutto negli aspetti di promozione. Per quanto mi riguarda, non inseguo il featuring con l’emergente di punta, non cerco il produttore di grido, non vado a registrare nello studio del momento. Cerco solo di fare la mia musica al massimo delle mie capacità. Mi piace chi mi manda un demo e ha un’idea, non chi mi manda un demo e spera che io gli faccia tutto il lavoro e gratis. Non funziona così.

E le collaborazioni con Fenice Produzioni, Fenice/Ingrooves (UMG) e SHVETS PRODUCTION nel lavoro in promozione?

Non lavoro con improvvisati nè cerco di improvvisare. Ogni mia uscita è frutto di un lungo lavoro di pianificazione e ricerca. Cerco di collaborare con chi condivide questo principio, ma questo non vuol dire snaturare il mio lavoro per accontentare qualcuno. Mi è capitato in passato lavorando con un’agenzia, sono stato consigliato dai loro ghostwriter che hanno snaturato completamente una mia produzione ed è venuto fuori un album che non mi rispecchiava. Non mi è piaciuto, motivo per cui con Fenice Produzioni sono stato chiaro fin da subito su quello che volevo ottenere: io faccio i dischi, loro pensano alla promozione e distribuzione. Ne giova la musica.

Quali sono i contenuti che vuoi trasmettere attraverso la tua arte?

Sono gli altri che possono sentire qualcosa quando mi ascoltano, non mi piace imporre un contenuto, come chi annuncia “il brano dell’estate” nel proprio comunicato stampa. Da che pulpito puoi dire che sarà proprio quello il brano dell’estate?. Posso dire che è un brano per l’estate o un brano estivo, posso solo suggerire il tema, il contesto, ma poi ognuno può leggerlo come preferisce, identificarsi, viverlo come crede. La cosa più bella della musica è proprio questo. Scrivere qualcosa e lasciarla andare nel mondo, a raccogliere da sola il proprio significato.

Parliamo delle tue pregiate esperienze di live, concerti e concorsi?

Se devo essere franco, non mi interessano più. Mi interessa solo l’esperienza in studio, perchè avendo provato tutto il resto, ho capito che stare in studio è l’esperienza più affine al mio carattere e al mio modo di intendere la musica. Inoltre in questo momento fare il producer e lavorare sugli altri mi interessa meno, e cerco di espormi come artista in prima persona, sento questo bisogno.

Cosa ne pensi della scena musicale italiana? E cosa cambieresti/miglioreresti?

Sono un outsider della scena, mi sono sentito parte di qualcosa solo recentemente, per questo non credo in una scena unita. Ci sono tante piccole realtà che non si curano degli altri, testate che pubblicano solo determinati artisti loro partner e, in generale, non sento e non ho mai sentito il clima di collaborazione che sembra dominare la musica in questi ultimi anni perchè non percepisco relazioni vere in questo settore. I social, poi, non contribuiscono affatto a crearle, le major si curano di te solo quando hai una fan base, invece di valutare la tua musica, inoltre il produttore che investe su di te senza chiederti dei soldi in cambio è una figura mitica. Io credo nel piccolo vivaio, nelle produzioni dal basso, nelle cose fatte ancora per il gusto di farle, in chi ha qualcosa da dire e non lo dice solo per arrivare a fare un’intervista. Quel tipo di artista, quello che se ne frega di quanti like prende sui social, non esiste. L’unico artista che non usa i social forse sono io.

Oltre al lavoro in promozione quale altro brano ci consigli di ascoltare?

Tutto “Lovebook” che uscirà a breve. E “See You at the Usual Place” che è volutamente monocorde, di ascolto non facile, con triadi semplici e atmosfere dilatate, e per questo è stato poco capito.

Come stai vivendo da artista e persona questo periodo del covid-19?

Non sono mai stato così in attività come adesso. Per questo motivo, ringrazio il lockdown che mi ha permesso di fare tantissima musica. Inoltre a me il lockdown non ha pesato, perchè ho la fortuna di essere una persona schiva, sulle sue, ed esco poco di mio, quindi non soffro quando sono chiuso in casa da solo. Anzi, la mia creatività mi arriva in soccorso e quindi anche la solitudine non mi pesa. Non ho vissuto il covid in prima persona, ma tanti vicino a me si sono ammalati, alcuni miei vicini di casa sono morti, quindi so cosa vuol dire.

Quali sono i tuoi sogni nel cassetto?

Mi piacerebbe fare l’autore di canzoni, ho provato ad entrare in quel giro tante volte ma non ci sono mai riuscito. Ma in passato volevo entrare nel settore della musica per la tv, e alla fine ci sono entrato, quindi credo nella perseveranza. Se c’è una cosa che ho dimostrato, a me stesso e agli altri, è quella di tornare sempre alla musica, nonostante tutto. Anche quando, dopo “Pura”, sono stato lontano dalla canzone per due anni e stavo pensando di smettere definitivamente, alla fine la voglia di fare musica ha prevalso. Chi non la fa non potrà mai capire.

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