Da IMPOSSIBLE ESCAPE a tutta la sua vita, giù la maschera per Ugo Moroni e i Venus Ship!

Straordinaria e interessante intervista oggi a Ugo Moroni leader dei VENUS SHIP, formazione poliedrica che sta raccogliendo ampi consensi di pubblico e di critica. Impegnati nella promozione del lavoro IMPOSSIBLE ESCAPE, approfondiamo con riconoscenza l’intervista al leader dei VENUS SHIP, grati e onorati per il tempo e la cortesia riservataci! Leggeremo tanto sulle collaborazioni, le esperienze, e i progetti futuri. Entriamo nel vivo dell’intervista e diamo un caloroso benvenuto a Ugo Moroni!

Com’è nata tua la passione per la musica?

Ho sempre suonato, fin da adolescente. La mia prima chitarra elettrica mi fu regalata durante le scuole medie: era una sottomarca della Fender Stratocaster, bianca, con la tastiera in acero. Fu amore a prima vista e ancora oggi continuo a ricercare quelle caratteristiche estetiche negli strumenti che utilizzo.
In casa si ascoltava molta musica e mio padre stesso suonava la chitarra. Era figlio di una generazione che aveva vissuto l’evoluzione della chitarra elettrica come una vera rivoluzione, in un periodo in cui questo strumento stava trasformando profondamente il linguaggio musicale. La sua passione per la chitarra è stata trasmessa anche a me e ha rappresentato un punto di partenza fondamentale nel mio rapporto con la musica.
Da lì la mia ricerca è proseguita attraverso gli studi universitari al DAMS di Bologna e quelli in Conservatorio, ma soprattutto attraverso le tante esperienze musicali che ho avuto la possibilità di vivere, suonando con numerosi musicisti, band e orchestre. Un percorso che negli anni ha continuato ad alimentare la mia curiosità e la mia ricerca sullo strumento e sul linguaggio musicale.

Usa tre aggettivi (e perchè) per descrivere “VENUS SHIP”

Stratificato, perché la scrittura di Venus Ship si sviluppa attraverso il contrappunto e la sovrapposizione di più linee musicali autonome, che si intrecciano e dialogano tra loro. Ogni strumento contribuisce a costruire un tessuto sonoro articolato, in cui le singole parti mantengono una propria identità senza perdere il legame con il groove complessivo.

Imprevedibile, perché nella musica di Venus Ship convivono linguaggi e influenze differenti: funk, soul, jazz, blues, rock, hip hop, musica da film, sonorità balcaniche e mediterranee, ecc… Questi elementi si incontrano e si trasformano continuamente, dando vita a cambi di direzione, contrasti e soluzioni musicali che non seguono necessariamente percorsi convenzionali.

Impegnato, perché la musica di Venus Ship porta con sé una dimensione civile e sociale. Molte composizioni prendono spunto da vicende storiche, figure e movimenti che hanno rappresentato esperienze di lotta per i diritti e la libertà. Non abbiamo la pretesa di offrire risposte o impartire lezioni, ma di mantenere viva una riflessione sulle ingiustizie e sulle contraddizioni del nostro tempo.

Com’è stato il processo di creazione di IMPOSSIBLE ESCAPE?

The Impossible Escape nasce come naturale evoluzione di Underground Foxes. Se nel primo disco lo sguardo era rivolto prevalentemente verso l’esterno, alle contraddizioni della società, alle ingiustizie e alle figure che hanno cercato di opporvisi, in questo nuovo lavoro abbiamo voluto spostare il punto di osservazione verso una dimensione più interiore, esplorando i conflitti e le contraddizioni dell’individuo. Dal punto di vista narrativo, infatti, c’è stato un importante lavoro di confronto e scambio collettivo, in particolare con Michele Murgioni, il tubista della band, che ha contribuito a sviluppare l’immaginario e il racconto che accompagnano le composizioni.
Il titolo prende spunto dal libro Evasione impossibile di Sante Notarnicola e dal cortometraggio Film di Samuel Beckett. Sono due riferimenti che, seppure attraverso prospettive differenti, ruotano intorno al tema della fuga e alla difficoltà di sottrarsi alla propria condizione, sia essa imposta dall’esterno o generata da noi stessi.
Dal punto di vista musicale non c’è stata la volontà di costruire un disco seguendo un genere o un linguaggio prestabilito. La scrittura ha mantenuto una continuità con il lavoro precedente, muovendosi liberamente tra funk, soul, rock, hard rock, punk, hip hop, swing e suggestioni cinematografiche.
Come per il precedente album, la composizione e gli arrangiamenti sono nati prevalentemente dalla mia scrittura, per poi incontrare l’interpretazione e la personalità degli altri musicisti. È proprio in questo passaggio che le idee iniziali assumono una dimensione collettiva e trovano la loro forma definitiva nel suono della band.

Studi, gavetta, sudore e soddisfazioni… vogliamo conoscere la tua storia, tutto il suo percorso!

Il mio percorso di formazione è passato attraverso gli studi universitari al DAMS di Bologna e successivamente al Conservatorio di Bologna, dove ho approfondito lo studio della chitarra jazz, conseguendo il diploma accademico di secondo livello con il massimo dei voti.
Parallelamente agli studi, ho sempre portato avanti una ricerca personale sullo strumento, che va avanti ormai da circa venticinque anni. Una parte fondamentale di questo lavoro è stata la trascrizione: ho dedicato moltissimo tempo ad ascoltare, analizzare e trascrivere i grandi chitarristi, cercando di comprenderne il linguaggio e di assimilarne gli elementi che potessero dialogare con la mia sensibilità e le mie peculiarità espressive.
Nel corso degli anni ho avuto modo di suonare in diverse formazioni, collaborare con numerosi musicisti e confrontarmi con contesti musicali differenti, dalle band alle orchestre. Ho anche svolto attività didattica, un’esperienza che considero parte integrante del mio percorso.
Con il tempo, il mio interesse si è esteso sempre più alla composizione e all’arrangiamento, fino alla nascita di Venus Ship, il progetto nel quale oggi confluiscono molte delle mie esperienze e della mia ricerca musicale.
Penso che lo studio non finisca mai. Ogni esperienza, ogni collaborazione e ogni nuovo progetto rappresentano un’occasione per rimettere in discussione quello che si conosce e continuare a cercare.

Quali sono le tue influenze artistiche?

Le mie influenze artistiche sono piuttosto trasversali e attraversano epoche e linguaggi musicali differenti.

Per quanto riguarda la chitarra, ho sempre guardato con grande interesse ai musicisti che hanno contribuito a svilupparne il linguaggio, dal blues al rock fino al jazz. Il mio percorso di ascolto parte dalle radici del blues, con figure come Robert Johnson, e attraversa la musica ragtime, per arrivare alle grandi trasformazioni degli anni Sessanta, con Jimi Hendrix ma anche Wes Montgomery. Successivamente, il blues rock di Stevie Ray Vaughan, Eric Clapton, B.B. king, Muddy Waters ecc… e il linguaggio di chitarristi jazz con forti influenze blues, come John Scofield, Bill Frisell, Pat Metheny e Scott Henderson, hanno rappresentato, insieme a tanti altri, importanti riferimenti nel mio percorso di ricerca.
Sul piano compositivo e musicale, ho sempre ascoltato moltissimo Duke Ellington e soprattutto Charles Mingus, oltre a John Coltrane, Art Blakey, James Brown, Weather Report, Frank Zappa e Tower of Power. In realtà, c’è tantissima musica che ha contribuito alla mia formazione e che sarebbe difficile riuscire a citare in poche righe.
Credo che più che appartenere a una singola scuola o a un genere, il mio percorso sia stato caratterizzato dalla curiosità di ascoltare linguaggi diversi e cercare di comprenderne i meccanismi. È un approccio che ha influenzato profondamente sia il mio modo di suonare sia quello di comporre e arrangiare.

Quali sono i contenuti che vuoi trasmettere attraverso la tua arte?

Credo che attraverso la musica cerchi soprattutto di stimolare una riflessione, di raccontare qualcosa che vada oltre il semplice intrattenimento. Mi interessano le storie, le contraddizioni dell’essere umano, le dinamiche sociali e tutto ciò che riguarda il rapporto tra individuo e società. Temi come la libertà, i diritti, le disuguaglianze e la possibilità di opporsi a condizioni che sembrano immutabili sono ricorrenti nel mio lavoro.
Come abbiamo raccontato esistono dinamiche politiche, sociali ed economiche, detta in una parola sola “capitalistiche”, che fanno apparire inevitabili certe scelte (la costruzione di un nuovo centro commerciale abbattendo un bosco urbano, giusto per pescare un recente episodio di cronaca) e instillano nella mente dei più quel senso di “ormai” che fa sembrare tutto inevitabile. Qui la figura di Sante Notarnicola è per noi un esempio: partendo da una condizione dove tutto spinge perché tu individuo ti debba piegare alle logiche della condizione carceraria, lui non ha mai rinunciato ad una dimensione di umanità e di lotta, pagando dei conti altissimi. Mantenere accesa quella brace vitale e umana che nel mondo sembra sparire giorno per giorno è ciò che ci sembra indispensabile, ed è il messaggio che cerchiamo di mettere in musica.
Non credo comunque che la musica debba necessariamente spiegare o dichiarare tutto. Mi interessa lasciare spazio anche all’ascoltatore, alla sua sensibilità e alla possibilità che ciascuno trovi nelle composizioni una propria chiave di lettura.

Parliamo delle tue pregiate esperienze di pubblicazioni, live, concerti o concorsi?

Nel corso degli anni ho avuto la possibilità di vivere diverse esperienze, sia discografiche che concertistiche, confrontandomi con formazioni e contesti musicali differenti.
Credo che una parte importante della mia ricchezza musicale derivi proprio dal confronto con musicisti straordinari, che hanno saputo arricchire il mio percorso e stimolare ulteriormente la mia ricerca, forse anche più dello stesso percorso accademico. Ogni collaborazione mi ha offerto la possibilità di entrare in contatto con sensibilità, linguaggi e approcci differenti, contribuendo a mettere continuamente in discussione e ad ampliare il mio modo di intendere la musica.

Cosa ne pensi della scena musicale italiana? E cosa cambieresti/miglioreresti?

Farei innanzitutto una distinzione tra mainstream e musica underground. Sul mainstream preferisco evitare qualsiasi giudizio di merito, semplicemente perché non è un ambito che seguo.
Credo invece che nelle retrovie della scena musicale italiana ci siano musicisti straordinari, che continuano a portare avanti la propria ricerca senza piegarsi necessariamente alle logiche di mercato, realizzando spettacoli ed esperienze musicali incredibili. Penso, per fare un esempio, al duo OoopopoiooO di Vincenzo Vasi e Valeria Sturba, una realtà che trovo davvero interessante.
Guardando al passato, invece, ci sono artisti e gruppi che ho amato profondamente: Fabrizio De André e Francesco Guccini, le grandi formazioni del progressive italiano come gli Area, il Banco del Mutuo Soccorso e la PFM, ma anche i Nomadi. E naturalmente c’è tutto il patrimonio dei compositori italiani per il cinema: Ennio Morricone, Piero Umiliani, Piero Piccioni, Franco Micalizzi, i Goblin e tanti altri.
Credo che a queste realtà underground andrebbero semplicemente riconosciuti più spazio e attenzione.

Oltre al lavoro in promozione quale altro brano ci consigli di ascoltare?

Consiglierei Zweite Heimat, un brano di The Impossible Escape. Il titolo richiama Heimat 2, la serie televisiva del regista tedesco Edgar Reitz, in cui il protagonista Hermann Simon lascia il proprio paese per trasferirsi a Monaco e studiare composizione al conservatorio. Nel corso della storia, la musica, l’arte e il confronto con altri giovani artisti diventano per lui una sorta di seconda patria, un luogo in cui trovare un nuovo senso di appartenenza. È proprio questa idea di una casa che si può costruire attraverso la cultura e le proprie scelte che mi ha colpito.
Aggiungerei anche Screw Up, dall’album Underground Foxes, un brano a cui sono particolarmente legato, probabilmente il mio preferito tra quelli che ho scritto per Venus Ship.

Progetti a breve e lungo termine?
Vivere alla giornata, continuare a fare quello che mi piace (per quanto possibile) e prendere il buono che arriva. Con la musica e l’atto creativo non sempre si possono programmare le cose…