Giorgio Barozzi, intervista al talento calabrese fra didattica e composizione

Giorgio Barozzi, intervista al talento calabrese fra didattica e composizione

Giorgio Barozzi, fra le altre cose, è tutto questo…e anche un ingegnere. Oggi ho l’onore e il piacere di pubblicare questa intervista e farvi scoprire, o trovare conferma, del bello e buono che la martoriata Calabria è in grado di produrre tramite le espressioni dei suoi figli. Si perché, senza nulla togliere al fatto che siamo prima di tutto individui e il talento e i sacrifici sono cose private, se in mezzo a tante difficoltà la Calabria è ancora oggi oggetto di scherno e malumore, perle rare come Giorgio Barozzi ci fanno credere che un futuro di riscatto e prestigio è ancora possibile. Inoltre ci ricorda di spendere le nostre energie in cose valide, anziché perdere tempo in inutili piagnistei, autocommiserazione o in attesa degli assistenzialismi di turno.

Ecco a voi perciò il giovane/grande Giorgio Barozzi!

Com’è nata la passione per la musica?

Indubbiamente fra le mura di casa: entrambi i miei genitori sono Maestri di musica, tant’è che li ho seguiti anche nello stesso identico percorso di studi in Conservatorio: il Canto. La musica ha sempre fatto parte della mia vita, ne ho memoria da quando iniziano i miei ricordi. Sarà certamente un po’ anomalo, ma ho iniziato la carriera musicale da compositore, al terzo anno di liceo quando, insieme ad una compagine di musicisti di tutto l’istituto, vincemmo un concorso nazionale fra scuole superiori con un brano di mia composizione, arrangiato per il nostro ensemble musicale. Nel corso degli anni ho poi attraversato tanti “momenti”, dal Progressive, al Pop, al Rock, alla Lirica e al Jazz, senza mai smettere di amare la musica in tutte le sue forme.
Come è stato concepito il testo “TEORIA E ARMONIA DELLA MUSICA MODERNA”?
Principalmente due fattori mi hanno portato a voler scrivere un manuale per la musica pop/rock: per prima cosa l’aver osservato, durante le mie esperienze di studio, una certa esiguità di manuali dedicati alla trattazione della teoria e dell’armonia pop/rock e in secondo luogo, soprattutto, l’aver constatato una certa distanza fra le competenze che si acquisiscono durante gli studi, tradizionali e jazz, e la loro effettiva messa in pratica sui palchi dove si suona la musica Popular. Inoltre negli ultimissimi anni i Conservatori italiani, affiancandosi a moltissime scuole di musica private e allineandosi alle istituzioni musicali europee, hanno (finalmente) costituito i corsi di musica pop/rock, motivo ulteriore per provare a fornire un manuale agli studenti che li frequentano.
Quali sono le influenze artistiche?
Senza dubbio ho cercato di racimolare tutte le informazioni che le esperienze sui palchi mi hanno permesso di apprendere. Come dicevo, non sempre è sufficiente studiare solo “classica” o solo jazz per poter essere dei musicisti pop/rock completi. Può essere complesso doversi destreggiare fra il linguaggio afro-americano, oppure la nomenclatura accordale, e la lettura degli spartiti, la conoscenza delle forme e del sacrosanto repertorio “classico”: tutte caratteristiche che concorrono a formare un ottimo musicista pop/rock.
Quali sono le collaborazioni musicali?
Ho avuto la fortuna e l’onore di suonare più volte con Ian Paice (batterista dei Deep Purple), con Eric Udel e Rob Paparozzi (rispettivamente bassista e armonicista della Original Blues Brothers band), ma anche sul fronte nazionale con Roberta Faccani (ex Matia Bazar), per cui ho curato anche gli arrangiamenti dei tour 2017 e 2018, e diversi altri artisti provenienti da X-Factor, The Voice e Amici.
E la collaborazione con Eufonia edizioni musicali nel lavoro in promozione?
Quando si scrive un libro si spera di poterlo pubblicare con una casa editrice prestigiosa. Ero molto preoccupato, inoltre, per il fatto di voler colmare quello che mi pareva quasi un vuoto di mercato – la manualistica della teoria e dell’armonia della musica pop/rock – in quanto temevo potesse essere dovuto ad una certa mancanza d’interesse da parte degli editori musicali. E invece, il maestro Silvio Maggioni, editore storico italiano specializzato in didattica musicale e musica da camera, non appena ricevuta la proposta editoriale, l’ha accettata con entusiasmo e da lì è partito circa un mese di revisioni, adattamenti, aggiunte (come i QR codes con i quali ascoltare gli esempi presentati nel corso della trattazione) da cui si è arrivati a quella che ritengo essere – lo spero – un’esperienza di studio chiara e completa.
Quali sono i contenuti che vuoi trasmettere attraverso la musica?
MI piacerebbe che si definisse chiaramente la figura del musicista popular. Negli ultimi 30 anni ci si era soffermati sulla dualità classico/jazz, come unici due possibili indirizzi di studio e di lavoro professionale nell’ambito musicale. 
Il musicista popular deve possedere un grande amore per il proprio strumento e una grande devozione a ciò che fa, perché la musica è Arte. Di sicuro una solida comprensione della teoria e dell’armonia consente di ampliare le proprie possibilità performative, compositive e improvvisative. Bisogna saper leggere una partitura, ma anche saper accompagnare un brano riarrangiandolo per il proprio strumento, così come è fondamentale saper costruire un assolo improvvisato. Oggi è molto diffusa la figura del cantante-compositore, perciò chi aspira a diventarlo non può che trovare giovamento dal comprendere i concetti di armonia, potendo così ampliare il proprio lessico musicale. Infine è necessario saper lavorare in team, essere dei buoni imprenditori di se stessi, scegliere le persone giuste con cui cooperare, promuovere le proprie attività e lavorare sempre con il massimo impegno.
Parliamo delle pregiate esperienze di live, concerti e concorsi?
Ho dei ricordi indelebili di alcuni concerti, come il primo con gli YtseJam KR, al Que me meo di Argelato (BO), appena compiuti 18 anni. Era un sogno divenuto realtà, suonare nella tribute band ufficiale dei Dream Theater, quando per i 3 anni precedenti la band americana era stata la mia preferita in assoluto. Con gli YtseJam KR ho fatto più di 50 concerti su alcuni fra i più importanti palchi rock d’Italia, collaborando anche con tanti artisti nazionali e internazionali.
 Un’altra cosa che difficilmente potrò mai dimenticare è stare sullo stesso palco con Ian Paice alla batteria, che urla di goduria alla fine dei pezzi storici dei Deep Purple. Per la cronaca, bruciai il Leslie quella sera, tanta fu la distorsione, ma ne valsa decisamente la pena. Su YouTube è possibile vedere e ascoltare l’intero concerto Ian Paice&Into the Purple (il nome del tributo) al Teatro Gentile di Cittanova (RC).
Altra esperienza incredibile e anche “illuminante”, è stata quella con Eric Udel e Rob Paparozzi, rispettivamente bassista e armonicista della Original Blues Brothers Band, con i quali ho suonato a Como e a Verona. Purtroppo Eric non è più fra noi, ma ha giocato un ruolo determinante nella mia carriera, fornendomi tanto supporto e tanti consigli per anni dopo il nostro primo incontro.
Per quanto riguarda i concorsi, mi piace mettermi alla prova con quelli di composizione, grazie ai quali ho avuto qualche soddisfazione, come la vittoria del primo premio e del premio del pubblico al “Concorso internazionale di Composizione Vincenzo Sorrentino” di Eboli, con un duetto per chitarra e flauto, prodotto da Preludio Music, e il second prize al “Rodrigo Landa-Romero International Composition Competition” (Messico) con una breve composizione pianistica, “Panta Rei”, pubblicata da Eufonia edizioni musicali.
L’Orchestra italiana di Arpe, unica al mondo, ha eseguito una mia composizione, “L’attesa”, in diversi teatri di tutta Italia.
Cosa ne pensi della scena musicale italiana? E cosa cambieresti/miglioreresti?
L’Italia ha giocato un ruolo importantissimo nello sviluppo della musica Popular: si parla addirittura di uno stile “all’italiana”, derivante sia dall’influenza della storica kermesse di Sanremo, che dalle meravigliose testimonianze della canzone d’autore. L’ambito professionale della musica popular, allo stesso tempo, vanta artisti di altissimo spessore, sia come interpreti che come strumentisti. L’augurio è che si riesca a mantenere vivo lo stile italiano, ricco di tradizione, di storia e colorature addirittura provenienti dal melodramma, ma che si continuino pure a ideare efficaci crossover con stili esteri, in modo da non perdere nemmeno il passo coi tempi e la continua sfida all’innovazione.
Al di là del lavoro in promozione, cosa ci consigli di ascoltare dalla tua produzione artistica?
Il 31 marzo sarà pubblicato il video dell’esibizione del giovanissimo pianista-prodigio messicano Rodrigo Landa-Romero che esegue il mio brano “Panta Rei”. E’ una composizione che rispecchia tantissimo il mio stile e la mia personalità. Spero vi piaccia.
Come stai vivendo da artista e persona questo periodo del covid-19?
Certamente l’ambito live è quasi inesistente da un anno a questa parte, ma non nascondo che questa “libertà” mi ha dato modo di dedicarmi con più calma allo studio e ai lavori intellettuali. Anche “Teoria e Armonia della musica moderna” è frutto di questo lungo periodo di stasi, pur essendo un lavoro iniziato più di 5 anni fa, nato dalla semplice raccolta degli appunti che utilizzavo per fare lezione ai miei allievi.
Mi auguro che la situazione possa risolversi al più presto, perché per noi la musica è anche e soprattutto una grande sorgente di linfa vitale. 
Quali sono i programmi futuri?
Sto scrivendo altri due libri, sempre nell’ambito della didattica musicale. Ho anche intenzione di partecipare ad altri concorsi di composizione musicale e senza dubbio, continuare a studiare. Sono più che convinto che un artista non possa mai smettere di studiare, di scoprire e di approfondire, per fornire un costante nutrimento all’anima artistica.

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