Intervista a Riccardo Barba, tutto sulla sua vita e sul progetto Riccardo Barba Big Band: pianista, direttore d’orchestra… e non solo!

Onorati e privilegiati, diamo il benvenuto a RICCARDO BARBA, artista poliedrico che sta raccogliendo consensi crescenti nel pubblico italiano. Recentemente impegnato nella promozione del lavoro RICCARDO BARBA BIG BAND, pubblichiamo con gratitudine l’intervista a RICCARDO BARBA, grati e onorati per il suo tempo e la cortesia riservataci! Leggeremo di più sulla vita musicale e artistica, RICCARDO BARBA si confiderà con noi con quelle che sono le collaborazioni, tra le più importanti e i progetti futuri. Entriamo nel vivo dell’intervista e diamo un caloroso benvenuto a RICCARDO BARBA!

Com’è nata la tua passione per la musica?

Ho iniziato a suonare il pianoforte a 10 anni, ma già prima ascoltavo moltissima musica, rock e classica soprattutto. Da bambino mi immaginavo direttore d’orchestra e compositore, e ho scritto il mio primo brano ancora prima di prendere le prime lezioni di pianoforte. A 15 anni ho iniziato il conservatorio di Brescia nel corso di composizione, ed è stato lì che ho capito che quella strada era quella giusta.

Com’è nato il lavoro Riccardo Barba Big Band?

L’idea nasce da lontano. Ho una formazione che abbraccia il pianoforte e la composizione classica, ho sempre suonato musica rock fin da ragazzo e poi c’è stato il jazz (arrivato quando avevo 18 anni), e ho sempre portato con me il sogno di costruire una grande orchestra. La svolta è arrivata durante il Master of Arts in Orchestrazione presso la Arts University Bournemouth: mentre lavoravo ai progetti accademici, le idee per la big band si accumulavano con forza crescente. Parallelamente, la fondazione del trio con Nicola Ziliani e Federico Negri aveva già aperto uno spazio di sperimentazione in cui le diverse anime della mia musica potevano finalmente convivere. La big band è la logica evoluzione di quel percorso.

Quali sono le tue influenze artistiche?

Nel corso degli anni ho sempre ascoltato generi molto diversi, convinto che l’ispirazione possa arrivare anche nei posti più insoliti. Nella musica classica le mie influenze principali sono Beethoven, Ravel, Shostakovich, e ho una grande ammirazione per il lavoro di Luciano Berio. Nel jazz il mio pianista di riferimento è sempre stato Keith Jarrett, per il suo legato fluido e il lirismo delle sue interpretazioni che mi avvicinavano al mondo classico. Ho studiato e amato Chick Corea, su cui ho scritto la mia tesi per il triennio in pianoforte jazz al Conservatorio di Milano, e ho avuto il piacere di incontrarlo nel 2015 al Blue Note di Milano in occasione di un concerto con Gary Burton, per consegnargli personalmente la mia tesi. Anche il rock gioca un ruolo fondamentale: amo le band britanniche, dai Beatles ai Rolling Stones, dagli Smiths agli Oasis fino ai Radiohead. Dai Radiohead ho imparato come una musica piena di idee, energia e rabbia possa trovare espressione in una scrittura colta e ricercata. Dagli Oasis la spregiudicatezza e il voler essere indipendente e genuino fino in fondo. Sono tutti elementi che entreranno in questo disco con la big band.

Quali sono le tue collaborazioni musicali?

I miei collaboratori più stretti sono sicuramente Nicola Ziliani e Federico Negri, con il nostro trio Barba Negri Ziliani. Con loro ho condiviso molte esperienze e siamo cresciuti insieme costruendo un suono distintivo. Ho avuto il piacere di suonare con grandi artisti del panorama jazz italiano come Sandro Gibellini, Mauro Negri, Fulvio Sigurtà, Fausto Beccalossi e Gianluigi Trovesi tra i tanti. Dai grandi si impara sempre, anche solo osservandoli.

E le collaborazioni nel lavoro in promozione?

La formazione della Riccardo Barba Big Band raccoglie nomi di primo piano della scena jazz e classica italiana. Alla sezione sax figurano Mauro Negri, clarinettista di fama internazionale e vincitore del Top Jazz, Manuel Caliumi, Andrea Pimazzoni, Nicholas Lecchi e Massimiliano Milesi. Tra i tromboni Valentino Spaggiari, primo trombone della Filarmonica Toscanini, e Alessandro Castelli, collaboratore del Teatro alla Scala, insieme a Matteo Del Miglio e Stefano Belotti al trombone basso. Le trombe sono affidate a Michele Tedesco, Mario Careddu, Paolo Malacarne e Francesco Assini. La ritmica comprende il contrabbassista Giulio Corini, tra i bassisti più apprezzati della sua generazione e collaboratore di Enrico Rava e John Abercrombie, il pianista Giovanni Colombo, il vibrafonista e percussionista Olmo Chittò, il chitarrista Matteo Mantovani e il batterista Federico Negri, storico partner nel trio.

Parliamo delle tue esperienze di pubblicazioni, live, concerti e concorsi.

Avendo studiato e lavorato nei campi della musica rock, jazz e classica ho avuto molte occasioni per far parte di progetti molto diversi ma sempre di alto livello. Ho avuto l’opportunità di studiare con pianisti come John O’Conor e di seguire masterclass con András Schiff, e di lavorare con compositori come Giancarlo Facchinetti e Paolo Ugoletti. Nel 2025 ho ricevuto la menzione d’onore per ME (Shizukesa No Ato), un brano scritto per I Musici di Roma, un’orchestra per cui hanno scritto compositori come Nino Rota, Ennio Morricone e Luis Bacalov. Nel 2024 ho vinto il Gold Award per la composizione al Fenix Award International Music Competition con Latino Riddle, un brano per banda che considero forse il mio punto di partenza per una ricerca sulla scrittura ibrida tra musica colta, jazz e rock. Oltre a questo partecipo regolarmente come pianista e arrangiatore a produzioni per cantautori e band italiane.

Cosa ne pensi della scena musicale italiana?

Credo innanzitutto che ci sia un grande fermento culturale che si muove lontano dai canali dei social network. Sento una voglia di tornare a fare esperienza della musica dal vivo, di osservare il mondo e vivere emozioni reali senza gli occhi sullo schermo. Ci sono molti cantautori che stimo e che stanno davvero continuando la grande tradizione italiana, artisti come Andrea Laszlo De Simone ed Emanuele Colandrea, che ho scoperto grazie a mia moglie Sara, ascoltatrice attenta e sempre curiosa. Nella musica jazz, i conservatori stanno formando un numero molto ampio di musicisti e credo che festival e rassegne dovrebbero avere un occhio attento ai giovani per dare loro la possibilità di esprimersi davanti a un pubblico che, quando vede questo fermento, diventa sempre più curioso e felice di sentire musica nuova. Credo fermamente in un sistema musicale che parte dal basso, dai musicisti e dagli ascoltatori. Forse lì sta la mia anima underground, quella di quando suonavo nei locali da ragazzino, che non ama i progetti pilotati ma vuole sentire una voce autentica.

E cosa cambieresti o miglioreresti?

È da tanti anni che si parla della poca attenzione del Ministero della Cultura ai piccoli festival, che fanno sempre fatica a trovare i fondi per organizzare i concerti e pagare i musicisti. Oltre a un maggiore sostegno da parte dello Stato, mi piacerebbe che si creasse una rete offline tra musicisti, tecnici e organizzatori di rassegne e festival, per dare voce a chi ha progetti emergenti e di livello, e ravvivare la scena con sempre più voci e sempre più musica diversa. Nei miei progetti c’è anche quello di creare un’etichetta indipendente per artisti che ragionano fuori dal mainstream, che rispecchi la filosofia dietro a questa big band: rompere gli schemi dei generi per dare vita a qualcosa di unico.

Sorprese e anticipazioni. Cosa bolle in pentola?

Il Kickstarter per raccogliere fondi per il disco della big band si chiuderà il 2 luglio. Da quel momento inizieranno i preparativi per la registrazione, prevista a novembre, e poi lavoreremo ai concerti live del 2027. Oltre a questo è in uscita il terzo disco del trio Barba Negri Ziliani, e sono in progetto diversi concerti con Simona Severini, in cui esploreremo insieme, con diverse formazioni, il repertorio dei cantautori italiani, e alcuni concerti dedicati a Ornella Vanoni.